Arte e Devozione

Il quadro

Bernardino Nigro_S.Agata condotta al martirio_1588_Catania Santo CarcereLa più importante opera d’arte custodita nella chiesa è senza dubbio la grande tavola che adorna l’altare maggiore, opera di Bernardino Niger (1588) che rappresenta Sant’Agata condotta al martirio. Si tratta di una rappresentazione atipica per il soggetto rappresentato – il martirio della fornace piuttosto che quello dei seni –  e per il momento scelto che si riferisce non al supplizio ma al momento immediatamente precedente.

Nella rappresentazione, svolta dal pittore con grande maestria, egli manifesta senza dubbio influenze manieriste (frutto forse di un viaggio a Napoli) riscontrabili nell’uso del colore, nel movimento e nella caratterizzazione emotiva dei personaggi rappresentati.

Le orme

DSC_0012Sulla parete nord della navata della chiesa, accanto alla porta del Carcere, una piccola nicchia conserva quelle che la tradizione indica come le orme di S. Agata. In merito all’episodio esistono numerose versioni: la più nota narra che, condotta dinanzi al pretore Quinziano che la interrogava e la esortava a venerare gli dei pagani, Agata abbia risposto: “E’ più facile che si rammollisca questa pietra, piuttosto che il mio cuore alle tue blandizie” e così detto battendo con il piede sul pavimento vi abbia lasciato le impronte.

C’è da dire che vi sono in Sicilia altre tradizioni analoghe relative alla “pedata di Sant’Agata”: una nel catanese – vicino Mascali – e l’altra a Palermo, legata alle presunte origini palermitane della Santa.

La cassa

DSC_0004_2Esposta fra la nicchia delle Orme e l’ingresso del Carcere si trova una parte della cassa che servì per il trasporto delle reliquie di Sant’Agata da Messina a Catania, durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli, come attesta l’iscrizione in lettere dorate.

Secondo la tradizione, nel 1040 le reliquie di Sant’Agata furono trafugate (insieme a quelle di altri santi siciliani, fra cui Santa Lucia) dal generale bizantino Giorgio Maniace e portate a Costantinopoli. Li rimasero per 86 anni finché Sant’Agata non apparve a due soldati – Giliberto e Goselmo – ordinando loro di riportarle nella sua patria. Questi dapprima le nascondono all’interno delle faretre per riuscire a fuggire da Costantinopoli ed in seguito ad un avventuroso viaggio che tocca la Puglia, poi Messina ed infine Acicastello, le riconsegnano al Vescovo Maurizio il 17 Agosto 1126.

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